Era il periodo dellequinozio di primavera, la stagione mite si affacciava timida ogni mattina, accompagnata da un sole tiepido e distratto.La vita ricominciava ovunque dopo il lungo riposo invernale.
I semi nel terreno si aprivano sotto la spinta del loro primo germoglio.
Una di queste mattine il sole pallido si alzò in cielo qualche minuto prima della mattina precedente e le giornate cominciarono ad allungarsi.
Nel bosco sacro a Marte, il drago Fiammone sbadigliava rumorosamente dalla noia.
Non succedeva mai niente...
Nessuno osava mai avventurarsi da quelle parti, sia per non infastidire Marte che per non infastidire il drago.
Oltre che ad annoiarsi Fiammone cominciava anche a sentirsi un po solo.
Sentendo gli sbadigli del suo drago, Marte si preoccupò e decise di scendere dal cielo dove abitava per vedere cosa stava succedendo.
Marte arrivò nel bosco su di un carro trainato da quattro destrieri, avvolto in un ampio mantello rosso scarlatto e armato come conviene al Signore della Guerra, valoroso combattente.
"Mio caro drago, cosa ti succede?" chiese il dio.
Fiammone gli spiegò il suo problema e Marte rimase a pensarci un po su, grattandosi il mento.
Proprio in quel momento un ariete dal vello dorato passò al limitare del bosco.
Cogliendo loccasione al volo, Marte balzò sullanimale e lo catturò.
Lariete allinizio si dibatteva come un matto, ma vedendo il drago e rendendosi conto di essere stato catturato dal dio della guerra in persona pensò che forse era meglio per lui starsene buono.
Marte guardò lariete da vicino e gli disse:
"Beh... hai proprio un bel mantello! Ti propongo uno scambio: tu ci lasci la tua pelliccia e io ti lascio andare."
"Grande Signore... Vorrei tanto poter acconsentire alla tua richiesta ma amo troppo riflettere la luce del sole primaverile con il mio mantello. Se tu mi privi di questo tanto vale per me morire." rispose lariete.
Marte sorrise e disse:
"Sei coraggioso a parlare così e per premiare questa virtù che tanto apprezzo, ti concederò un onore speciale, accontentando tutti i presenti"
Lariete lasciò quindi il suo vello dorato a Marte, che lo appese su di un albero a cui lasciò di guardia il drago, e venne inviato dal dio in cielo, a formare una costellazione dove sempre può riflettere la luce del sole.
Il drago Fiammone e il vello doro divennero famosi in tutto il mondo e migliaia di visitatori si recarono da quel giorno nel bosco di Marte, chi per ammirare la pelliccia e fare due chiacchiere col drago, chi per tentare di rubarla e vedersela con gli sbuffi infuocati di Fiammone!
La primavera era sbocciata e ovunque i fiori punteggiavano prati e alberi. Gli stagni erano pieni di uova di rana brillanti.
Qualche frutto cominciava già a maturare. Il sole era giallo e il suo tepore metteva buon umore.
Piccole farfalle bianche e gialle svolazzavano leggere in gran numero.
Venere, la dea dellamore e della bellezza, passeggiava nel suo giardino di rose profumate, avvolta in uno splendido abito rosa e verde.
Cupido e due cigni le facevano compagnia. La dea rideva divertita ai racconti delle frecce lanciate da Cupido per far cadere innamorati uomini ed animali.
I cigni li seguivano pazientemente, aspettando che Venere volesse tornare a casa per portarla fino in cielo.
Due coniglietti si rincorrevano allegri lì intorno, fino a che uno di loro andò a sbattere contro qualcosa nascosto tra le rose... Si sentì uno sbuffo e un grosso animale scuro rotolò fuori dal cespuglio, facendo goffi saltelli per non schiacciare il coniglietto.
I cigni e Cupido si presero un tale spavento che volarono via lontano.
Venere, tranquilla, si avvicino allanimale e gli accarezzò la testa.
Mi scusi Signora se mi ero nascosto qui... Queste rose sono talmente profumate e voi così bella che non ho potuto resistere... disse il toro.
Venere sorrise e rispose:
Non preoccuparti. Amare le cose belle non sarà mai uno sbaglio nel mio giardino. Ora però non so come tornare a casa... i miei cigni sono scappati via...
Il toro, desideroso di compiacere la dea bonaria, si disse disposto a portarla sulla sua schiena ovunque lei volesse.
Venere rise e disse di abitare molto lontano... strizzò locchio al toro, gli diede unerba dolce da mangiare, gli si sedette in groppa e gli chiese dincamminarsi.
Con sua grande sorpresa il toro si alzò in volo... dapprima si mosse instabile e dondolante non essendo abituato a prendere quota, ma poco dopo il paesaggio lo incantò a tal punto che non si preoccupò più di posare gli zoccoli sulle nuvole invece che sullerba.
Oh Venere... è così bello il mondo da quassù! Vorrei poter restare sempre qui!
La dea sorrise e non disse nulla, aspettando di vedere lespressione del toro quando sarebbero arrivati vicino alle stelle.
Che meraviglia! esclamò sbalordito lanimale passando tra due grandi costellazioni, poi, tanta era la sua gioia che non riuscì a dire più nulla.
Una volta arrivati a destinazione Venere disse al toro:
Come ringraziamento per avermi accompagnata a casa, puoi restare quassù se vuoi e io passerò a salutarti ogni notte.
Il toro sbuffò di gioia e si sdraiò nel firmamento, diventando lui pure una costellazione.
Ahia ahia ahia. Venere, Venere, corri !
Venere riconobbe subito la voce del piccolo Alekos e si chiese cosa avesse combinato questa volta. Daltronde Alekos era un bimbo vivace e Venere era abituata a correre quando chiamava aiuto, sapendo che spesso si cacciava nei guai o combinava pasticci.
Fin dalla nascita il padre, custode del tempio a lei dedicato, lo aveva affidato alla dea perché lo proteggesse e vegliasse su di lui.
Non vedendolo nel giardino degli ulivi, capì subito che doveva essersi allontanato sulla spiaggia.
E questa volta cosa mi aspetterà ? si chiese Venere.
Ricordò allora quando lo trovò con la testa infilata nel pozzo dei desideri; o della volta che rovesciò lotre di Bacco, mandandolo su tutte le furie.
Con Artemide fu poi ancora più discolo, le nascose arco e frecce alla vigilia di una battuta di caccia. Pazientemente però Artemide lo perdonò, essendo, non solo la dea della caccia, ma anche la protettrice dei bambini.
Le grida di Alekos la riportarono alla realtà: Venere, Venere, aiuto, un mostro uscito dalla sabbia mi sta divorando. Dopo un attimo di sbigottimento, vedendo il piccolo Alekos alle prese con un granchio, si rincuorò.
Eccomi, Alekos, non urlare, è solo un piccolo animale più spaventato di te.
Sarà spaventato ma mi ha fatto male, pizzicandomi un piede.
Chissà cosa gli avrai fatto tu, piccola peste. Come minimo lavrai stuzzicato. In ogni caso, sappi che è un granchio, che vive sotto la sabbia e che stava solo cercando di difendersi.
Liberatolo quindi dalle chele, lo riaccompagnò a casa e, prendendo spunto dalla sua avventura, raccontò ad Alekos la storia di Ercole e il granchio.
Devi sapere che il coraggioso Ercole doveva compiere dodici fatiche.
Una di queste consisteva nelluccidere lIdra, un mostro che aveva un corpo di cane e moltissime teste.
La dea Era allevò e addestrò un gigantesco granchio per aiutare lIdra contro Ercole e gliene fece dono, poco prima del loro scontro.
Non appena lIdra fu attaccata da Ercole, il granchio si precipitò in suo aiuto.
Proprio come ha fatto con te quel piccolo granchietto, si gettò sul piede di Ercole e lo pizzicò violentemente. Durante la lotta per liberarsi di lui, Ercole lo schiacciò sotto il suo tallone, uccidendolo.
Alla fine per ricompensarlo del suo sacrificio, Era riservò al granchio un posto in cielo tra i segni dello zodiaco, facendolo diventare la costellazione del cancro.
Un tempo Diche, dea della giustizia figlia di Giove, viveva sulla terra con gli dei e con gli uomini.
Con la sua amica Venere si aggirava nei villaggi e nei campi e insieme dispensavano, luna la bellezza e laltra la giustizia.
La natura era rigogliosa e i suoi frutti crescevano spontanei al tiepido e splendido clima di una primavera perenne.
Gli animi degli uomini e degli dei erano gioiosi e sereni, le giornate trascorrevano in piacevoli attività e tutto era allietato da canti e da danze.
Di giorno i bambini ridevano e giocavano fra loro e con i loro genitori.
Mentre dormivano sotto il cielo illuminato dalla luna, le storie e i racconti dei loro antenati riempivano i minuti della notte, incantando chi ascoltava. Ogni storia narrava le imprese, i miti e le leggende, portando con sé insegnamenti e morali che tutti seguivano.
La saggezza e il senso di giustizia di Diche erano preziosi e tutti le chiedevano consigli, così da evitare inutili discussioni o problemi, quando se ne presentava il caso.
Un giorno, però, Giove decise di prendere il posto di suo padre Crono e di governare sugli uomini e sugli dei e il caos arrivò nel mondo.
La tranquilla vita di ogni abitante venne sconvolta e linvidia e lodio entrarono nel cuore degli uomini. Diche fuggì allora sulle montagne.
Convinto che una punizione avrebbe riportato lordine e la serenità, Giove scagliò allora fulmini e saette sul mondo. Fece sì che la primavera si ritirasse nel tempo di una stagione, donando spazio a estate, autunno e inverno e creando così le stagioni,
A poco a poco, invece, dovendo seguire il ciclo delle stagioni, nacque ogni sorta di difficoltà e il mondo si ritrovò a dover lavorare e a dover inventare ogni cosa servisse per affrontare ogni giorno.
Con linverno luomo dovette imparare a proteggersi dal freddo, creando stoffe, abiti e coperte; a conservare il cibo, non trovando più i frutti spontanei sugli alberi, ormai coperti dalla neve; a costruire case e rifugi per potersi riparare nelle gelide notti invernali.
Lestate portò anche il caldo torrido, la siccità o i temporali estivi che spazzano via i frutti quasi maturi per il raccolto.
Così cominciarono il lavoro e la fatica. Mentre i bambini andavano a scuola, gli adulti trascorrevano le giornate lavorando e stancandosi, per poter ottenere quel che prima era offerto dalla natura.
Tutto fu quindi più difficile sulla terra e Diche decise di tornare fra gli uomini per aiutarli e per donar loro saggezza e senso di giustizia, con la speranza che questo riportasse equilibrio. Ahimè però, neppure questo servì e Diche si convinse che non era più possibile tornare indietro.
Sempre più dispiaciuta e arrabbiata decise di abbandonare la terra e di volare in cielo, diventando così la costellazione della Vergine che, sedendo accanto alla bilancia, significò per molti la bilancia della Giustizia.
......le prossime favole arriveranno presto... sono in cantiere
Grazie per la visita.
Vittorio Zanoni